La fatica, tanto come condizione fisica e strutturale, quanto come metafora socioculturale del presente, costituisce un oggetto antropologico sfuggente, oscuro e proprio per questo meritevole di attenzione. Lungi dall’essere un problema “semplicemente” umano, nella fatica si compenetrano le vicende corporee, storiche e sociali proprie dei variegati mondi viventi, siano essi umani o non-umani – esistenze che fanno fatica, che resistono a fatica, che sono fatica. Negli attriti dell’economia globale, delle migrazioni, dello sviluppo tecnologico e dei mutamenti ambientali si riversano molteplici energie, sforzi e tensioni. La fatica si manifesta nei punti di rottura, laddove riesce a far saltare legami e strutture che parevano ben consolidate. Corpi, ecosistemi, meccanismi, costruzioni; ma anche idee, concetti, progetti, paradigmi. C’è qualcosa di rivoluzionario e spaventoso nella fatica, nel suo gioco invisibile di resistenze, logoramenti e strappi, tracce di quella fitta rete di scambi in cui l’umanità è immersa. Irriducibile a un’esperienza singola, la fatica si cela tra le pieghe delle crisi contemporanee e la sua presenza non sembra mai totalmente accertabile. Variazione di stato, sintomo della trama di relazioni in cui siamo avviluppati, la fatica, oltre a farsi immagine, indice, simbolo di svariati universi culturali, stimola dunque una moltitudine di interrogativi sullo stato attuale dell’anthropos, sulle fratture della sua storia e sulle resistenze per il suo futuro.