Qualche pixel di sudore

di Gabriele Raimondi

«Come se, nel dirgli che Babbo Natale non esisteva / suo padre volesse anche iniziarlo al materialismo storico / lasciandogli intendere che il Sega Master System nuovo di pacca / che avrebbe trovato sotto l'albero / non era arrivato dal mondo dei balocchi su una slitta trainata da renne / ma era frutto di quella piccola parte di plusvalore che la lotta di classe / era riuscita a sottrarre ai padroni».

Spartiti, Babbo Natale

 

Se chiedessimo a qualcuno di esemplificare il concetto di fatica, molto probabilmente otterremmo un elenco di immagini legate al mondo del lavoro e, quasi certamente, salterebbe fuori la rappresentazione della catena di montaggio di una fabbrica. I videogiochi, cui solitamente è associato un universo virtuale di meraviglie, creatività e fantasia, difficilmente verrebbero presi in considerazione. Eppure, negli ultimi tempi, di “industria videoludica” si fa un gran parlare, spesso con toni entusiasti che, a ben vedere, pregiudicano un'analisi approfondita di questa definizione: riducendo all'osso la questione, parlare di industria significa ammettere che anche il tanto idealizzato "paese dei videobalocchi" affonda le sue radici nello sfruttamento di forza lavoro.


Una prima evidenza è data proprio dallo sforzo produttivo che la realizzazione di certe opere videoludiche richiede; opere la cui complessità è aumentata proporzionalmente al loro costo umano: basti pensare al tema dei diritti sul lavoro, che di recente è emerso più e più volte in relazione a pratiche molto diffuse come il cosiddetto crunch time, ovvero l'aumento esponenziale ed esagerato della pressione lavorativa sui dipendenti in momenti ritenuti "caldi" (per esempio vicino alla data di pubblicazione di un prodotto). Il problema di molte delle analisi critiche sul crunch, tuttavia, sembra...
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La via del latte: mungitori punjabi e vacche nostrane

di Satya Tanghetti

Il 60% dei lavoratori negli allevamenti e nei caseifici che compongono la filiera del latte in Nord Italia proviene dallo Stato indiano del Punjab. Questo dato, fornito dal BBC Magazine e supportato da altre testate giornalistiche ed enti di ricerca, spicca per la sua singolarità e non può non suscitare l’interesse di chi, abituato alla ricerca qualitativa, si trova di fronte a una percentuale così squilibrata. Un primo approfondimento di tipo storico e sociologico è utile per mettere in luce il motivo di questa preponderanza: a partire dagli anni Ottanta nell’ambiente degli allevamenti si è diffusa una credenza per cui i lavoratori indiani, in quanto hindu, siano particolarmente inclini a essere impiegati come mungitori, perché legati alle vacche da una relazione devozionale1.