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Jan 26, 2026

Velocità di fuga: una dimostrazione per assurdo

Artwork di copertina di Alea Vol. 1 – Il lungo addio © Federica Natali, 2025.

In Death’s End, terzo volume della fortunata trilogia di fantascienza Memoria del passato della terra – ai più nota come Il problema dei 3 corpi, dal titolo del primo volume che l’ha inaugurata nel 2006 – lo scrittore cinese Cixin Liu eleva una narrazione già densissima di colpi di scena e trovate sbalorditive ad altitudini che sfidano l’assurdo. Nel sofisticato intreccio di vicende costruito dall’autore, che si sviluppa lungo l’arco di ben quattro secoli, l’iniziale minaccia aliena che sembra profetizzare la fine della civiltà terrestre si trasforma ben presto in qualcosa di ben più sconvolgente: tutto ciò che la specie umana pensava di sapere sull’universo e sulla vita stessa è sostanzialmente sbagliato. Lo svelamento di una certa verità fa improvvisamente crollare il primato, il protagonismo e persino la pretesa centralità dell’intelletto umano nel cosmo, dischiudendo le porte a un relativismo ontologico che travalica le stesse dimensioni di spazio e tempo. L’umano, nel congegno speculativo di Liu, si riscopre così particella insignificante in un oceano di intelligenze ineffabili, multidimensionali, atemporali, impossibili da darsi all’ottusità tridimensionale di Homo sapiens.

A ulteriore dimostrazione di questo inquietante assioma cosmologico, in Death’s End accade qualcosa di sconcertante, probabilmente la trovata più estrosa e riuscita dell’intera trilogia. Il sistema solare subisce un’offensiva aliena tanto inaspettata quanto drammatica negli esiti. Contro l’arma utilizzata da un’imprecisata intelligenza non-umana, ci si rende presto conto che non v’è infatti alcuna possibilità di difesa: si tratta di un minuscolo foglietto bidimensionale, delle misure di un biglietto da visita, intangibile, appena luminescente, apparentemente innocuo, depositato nello spazio siderale in prossimità di Plutone. Un foglietto che d’improvviso sembra attivarsi, espandendosi, fino a diventare una lastra sconfinata, priva di spessore, invisibile, il cui incedere verso il sole svela infine la sua natura letale e agghiacciante: tutto ciò che entra in contatto con essa viene ridotto a due dimensioni, appiattito, spalmato, collassato entro un’anomalia spazio-temporale che Van Gogh avrebbe dipinto come la sua Notte stellata. Le possibilità di salvezza sono nulle. Servirebbe una nave in grado di viaggiare alla velocità della luce, così da raggiungere la velocità di fuga imposta dal temibile campo di forza bidimensionale – una velocità che ribadisce i limiti tecnologici e scientifici dell’umanità tratteggiata da Liu, in perenne conflitto tra l’idealismo del bene collettivo, l’escapismo catastrofista e l’eroismo tragico individuale.

Nel 2023, quando Alea è miracolosamente giunta alla conclusione del suo primo ciclo editoriale, che ha visto la pubblicazione di sei volumi in italiano, in redazione si cominciava a discutere del futuro della rivista. L’ultimo numero, dedicato al compianto David Graeber, aveva intercettato una serie di interrogativi sullo stato delle cose che, lungi dall’aver trovato risposte esaustive e soddisfacenti (ci saremmo risparmiati questo nuovo capitolo!), sembravano alludere a una possibile traccia da seguire, orme ancora fresche di un presente sinistro e sfuggente. È così che siamo approdati nell’Interregno: una landa sfiorata da un eterno crepuscolo, punteggiata da architetture distorte e disumane, e abitata da un’umanità che sembra aver smarrito qualsiasi orizzonte spaziale o temporale in grado di conferire senso al reale. Un regno in cui l’immaginario e la creatività che vibrano nella biologia e nella socialità della vita sono costantemente sfibrati dal potere stagnante, logoro e corrotto di un impero che ha divorato le sue stesse membra. Il tempo piegato alla maledizione di un declino perpetuo. La terra, i cieli e le acque avvelenate dalle macchine e dalle scorie della grande cecità imperiale. Il vivente trasfigurato in nemico da sottomettere alla bramosia sorda e famelica della mercificazione, dell’eccezionalismo, dell’egemonia.

Levando lo sguardo dal margine di questa landa, la conflagrazione tra un presente infestato dallo spettro di sé stesso e il bagliore perturbante dei futuri possibili è grandiosa e insieme inquietante: un globo mastodontico che consuma tutto ciò che incontra, riducendolo a una sfocatura priva di dimensioni definite: perdita di significato, identità, relazioni, desideri, senso della collettività. È l’ultimo disperato sortilegio dell’impero: un attacco all’immaginario e al possibile, reso ancor più cruento dal temibile dispiegamento di violenza, repressione e falsità con cui le eminenze nere cercano di coronare il sogno – l’incubo, in realtà – di un’immortalità grottesca e mostruosa. L’onda d’urto della stagnazione si fa smisurata, abnorme, travolge ogni cosa, fino a ridurla a un’immagine sbiadita. Inutile scappare: la sua espansione pare inarrestabile – la velocità di fuga dal suo campo di forza sembra collocarsi oltre i limiti del pensabile. E allora tanto vale abbandonarsi a questo lungo addio, il commiato interminabile di un impero fatiscente e maledetto sin dal principio, condannato a non vedere mai realizzarsi per davvero la sua fine; uno spettro che si riscalda ai deboli falò di un possibile mondo alternativo, senza però che sia in grado di ravvivarne la fiamma, senza che possa sperare di vederla un giorno divampare. O forse no?

Qui entra in gioco la sortita sul campo di Alea. Superato lo sgomento che, in tutta onestà, aveva fiaccato i nostri primi intenti nell’esplorazione dell’Interregno, abbiamo provato a riorganizzare l’intero progetto editoriale, forti di un’intuizione per certi versi paradossale: la velocità di fuga dallo stravolgimento dimensionale del lungo addio corrispondeva all’immobilità. Trascritta sulla lavagna, l’equazione del lungo addio ci ha così restituito non tanto una soluzione, quanto un varco di conoscenza. Bisognava trovare il coraggio della permanenza, di un posizionamento saldo e inamovibile, di uno sguardo scolpito nella precarietà del tempo. E allora ci siamo incamminati nelle terre evanescenti dell’Interregno per farci rapsodi del crepuscolo, testimoni fragili di storie inscritte nell’abbandono, custodi dei tenui falò della speranza, il cui barlume attende di esser abbracciato da nuovi immaginari più-che-umani. Una pratica antropologica che, per la verità, smentisce l’inevitabilità della fuga, ribadendo al contrario l’urgenza di una ferma sensibilità etnografica, che nella multidimensionalità del sociale e del culturale – contrariamente alle fissazioni tecno-messianiche cui anche il buon Cixin Liu finiva per cedere nei suoi romanzi – sappia trovare il vigore creativo per reincantare il mondo e il futuro.

Questo numero di Alea inaugura dunque un capitolo nuovo per la rivista, nel segno di un indirizzo immaginativo che ci ha spinto a rimetterci profondamente in discussione, partecipando in prima persona – insieme alla collaborazione di autrici e autori straordinari – alla sfida del racconto situato e della presenza nella crisi. Il montaggio narrativo si compone di una costellazione di contributi inediti, la cui varietà di forme e prospettive restituisce una sorta di fotografia a lunga esposizione dell’Interregno – svelandone gli spettri che lo infestano. Non mi dilungo oltre e affido a lettrici e lettori l’iniziativa esplorativa. Vi do il benvenuto nel lungo addio – ci vediamo al falò.

CONTRIBUTO DI

Francesco Danesi della Sala è Dottore di Ricerca in Antropologia Cultura e Sociale. Si occupa principalmente di tematiche ambientali e crisi climatica. Ha condotto ricerche etnografiche nel cratere sismico dell’Italia centrale e nel Delta del fiume Po. È direttore editoriale di Alea. Nel 2025 ha pubblicato Nature ribelli. Viaggio nella metamorfosi climatica alle foci del Po (Wetlands).

RIFERIMENTO

Questo articolo è un estratto dal Vol. 1 – Il lungo addio (2025).

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