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Jan 26, 2026

Glen: viaggio nella valle sommersa

Il massiccio della Presolana ripreso dall'interno della gola del Gleno – Fotografia di Francesco Danesi della Sala

Superato lo scollino del Passo, la strada si distende brevemente in una leggera discesa, accompagnata da timidi caseggiati di montagna e prati silenziosi. Una curva improvvisa sembra alludere all’inaspettato. Bisogna prender fiato, perché ora l’asfalto si tuffa in verticale lungo la parete orientale della Presolana, tornanti che son salti nel vuoto, e il massiccio orobico che si impone come un’onda mastodontica di creste acuminate e ombre marmoree. Nelle profondità del declivio, i temibili orridi della Via Mala, l’antico sentiero che, correndo a precipizio sul fiume Dezzo, collegava la Val Camonica con la Val di Scalve. Toccato il fondovalle, ecco Dezzo di Scalve, e di nuovo la strada prende a salire, dolci pendenze immerse in una boscaglia vivace, che infine dischiudono l’ingresso del paese. Vilminore di Scalve siede all’ingresso dell’omonima Valle, di cui per secoli è stata il centro di riferimento, con lo sguardo che abbraccia l’anfiteatro della Presolana a ovest e il corso vertiginoso del Dezzo a sud. Alle sue spalle, celato dal Pizzo Pianezza, il Passo del Belviso, da cui discende il torrente Gleno. Pare che il nome Gleno derivi dal gaelico glen, “valle stretta” di origine glaciale. Qui, tuttavia, questo nome ha un significato che prescinde dalle connotazioni orografiche. Nella Val di Scalve, Gleno è una ferita profonda.

Il paese

Il borgo di Vilminore, di origine romana, si stringe intorno alla via principale, che si inerpica sinuosa traversando la piazza del Bar Sport, fino a spingersi oltre l’antico Palazzo Pretorio, costruito nel 1375 e ora sede della Comunità Montana locale. Marianna ci attende poco oltre, di fronte all’ampia gradinata della Chiesa Arcipresbiteriale, il cui massiccio campanile sfiora i settanta metri di altezza. «Ben arrivati!» esclama con fare cordiale, invitandoci all’interno dell’alloggio di famiglia, rimesso a nuovo – ci spiega – per accogliere turisti e curiosi che capitano da quelle parti. «Ah, siete ricercatori, bravi» ci incalza a proposito della nostra visita, per poi aggiungere: «In queste zone le cose non sono facili, ma è importante darsi da fare, bisogna venire qui, far venire le persone, fargli scoprire questo territorio».

Poco più tardi, incontriamo Stefano Albrici, il vice-sindaco. Lo raggiungiamo presso la sede provvisoria del Comune, posta sul versante meridionale del paese, nei pressi di un piccolo stabilimento meccanotessile. Lungo la via, superiamo un enorme campo da calcio in sabbia che si affaccia, quasi fosse una balconata, sull’imponente sagoma della Presolana. «Sono sempre stato appassionato di ricerca storica, anche genealogica dato che il mio bisnonno emigrò in Australia» ci dice Stefano, invitandoci a seguirlo all’interno del centro polifunzionale del paese. In penombra, nell’anticamera dell’ingresso, notiamo un plastico architettonico di ragguardevoli dimensioni. Mentre ci avviciniamo, Stefano prosegue: «Dal 2023 sono il Presidente del Comitato per il centenario del Gleno. Abbiamo cercato un po’ di unire il nostro paese a quelli di tutta la Val di Scalve e anche Val Camonica, per la memoria di quanto successo. Eccola», dice accostandosi al plastico, «questa era la diga prima del crollo. Era anche bella».

La diga

Il sentiero 411 parte da Pianezza, frazioncina appollaiata appena sopra Vilminore. Il cammino si fa subito ripido, lasciandosi alle spalle alcune praterie soleggiate per poi addentrarsi in una fitta boscaglia che si arrampica, zigzagando accanto a una grande conduttura idrica, fino a 1500 metri di quota. Di qui in avanti, la via spiana dolcemente e per un breve tratto gode ancora delle fronde ombrose del bosco. All’improvviso, però, lo sguardo viene come travolto dal candore pungente del cielo, la valle e le montagne si stagliano magnifiche tutt’intorno, e il sentiero diviene una sfida irrazionale scavata nella verticalità della roccia, un precipizio continuo che corre sulla sinistra orografica del torrente. Infine gli archi, in lontananza, e la frattura nella gola, un nero cancello divelto dalla forza dell’acqua. La diga, con la sua affascinante architettura ad arcate multiple, pare un miraggio spettrale – come hanno fatto a costruirla quassù, ci domandiamo increduli, assurdo, ripetiamo. In lontananza, il rombo di un elicottero cresce d’intensità.

I resti della diga del Gleno fanno capolino dietro il crinale del sentiero CAI 411 – Fotografia di Francesco Danesi della Sala

La storia della diga del Gleno si innesta nella più ampia vicenda della modernizzazione italiana di inizio Novecento. E in particolare, si colloca nel coacervo di interessi privati e statali che, in quegli anni, contraddistinse molte iniziative di sviluppo in tutta la penisola. Nel caso della diga, la sua costruzione fu promossa dalla famiglia Viganò, esponente di spicco dell’imprenditoria tessile milanese. L’opera, in tal senso, avrebbe fornito agli opifici dei Viganò energia elettrica in abbondanza e, soprattutto, a costi ridotti. Nel 1919, dopo aver ottenuto i permessi necessari dal Ministero dei Lavori Pubblici, iniziano i lavori. «Nel 1919 gli scavi nella roccia. Nel 1920 han costruito la prima parte, perché la prima parte del primo progetto era una diga a gravità, cioè un grosso muro che col suo peso contrasta la pressione dell’acqua alle sue spalle» ci spiega Sergio Piffari, tra i massimi studiosi locali del disastro. «Poi invece cambiano il progetto in corso d’opera, che è una cosa non molto regolare – era l’unica diga al mondo costruita con un doppio sistema. E nel ’21 allora iniziano a costruire gli archi e i piloni. I lavori terminano nell’ottobre del ’23. La diga si è riempita la prima volta il 15 ottobre del ’23. E il 1 dicembre è crollata».

I resti della breccia nella diga, travolta da una massa d'acqua che ha spazzato via ottanta metri di muro – Fotografia di Francesco Danesi della Sala

Negli istanti successivi al cedimento strutturale, sei milioni di metri cubi d’acqua spazzano via ottanta metri di muro, precipitando nella valle e travolgendo gli abitati di Bueggio, Dezzo, Angolo, per poi sfogare la sua corsa in direzione est, verso Corna di Darfo, prima di schiantarsi nel Lago d’Iseo. I morti, sebbene non vi sia certezza su tale numero, furono 356. La causa del crollo, d’altra parte, non fu difficile da identificare: oltre alle negligenze ingegneristiche, date da continue revisioni progettuali prive di verifiche, fu la qualità dei lavori di costruzione a costituire l’aspetto più problematico – criticità di cui gli operai impiegati localmente erano a conoscenza. Nella Valle di Scalve, furono coinvolti indiscriminatamente uomini, donne e bambini, incaricati dei lavori più estenuanti, dallo scavo delle gallerie al trasporto della sabbia. Le opere strutturali, al contrario, furono affidate a lavoratori a cottimo che venivano da fuori. «Quando gli operai locali si accorgevano che i lavori non procedevano bene, perché gli altri andavano di corsa e non facevano le cose come andavano fatte, non si lamentavano, per paura di essere licenziati» osserva Sergio, a tal proposito. «La diga», aggiunge entrando più nello specifico, «è stata costruita su una roccia, quella della gola, che non è uguale a quella incassante, che è una roccia solida. Quella in centro è porfirite, è più fragile. E non ci andava costruita una diga sopra». Poi, dopo un attimo di indecisione, puntualizza: «Ci sarebbe anche, tra le varie concause, il possibile sabotaggio con l’uso dell’esplosivo». Un’ipotesi supportata da due perizie, che per l’appunto non escludevano una detonazione nel punto da cui originò la frattura iniziale. «Quand’ero ragazzo io, si diceva che qualcuno della valle, siccome questa diga era una minaccia sopra la testa, ha voluto far saltare la valvola per svuotarla. Solo che invece di svuotarla è partito tutto» ricorda Sergio, prima di passare alla vicenda giudiziaria, con il primo processo del 1925. «Vengono condannati a tre anni e quattro mesi l’ingegner Santangelo, che è il progettista, e Virgilio Viganò. Tutti gli altri vengono assolti. Due anni vengono poi condonati». Nel processo d’appello a Milano, entrambi vennero poi assolti – Viganò, perché già morto, e l’ingegner Santangelo per insufficienza di prove. Viganò, nel corso del procedimento giudiziario, si vantò di aver costruito la diga spendendo la metà rispetto a quanto previsto: questa era la filosofia con cui il padre l’avevo cresciuto, ribadì.

La montagna

Giampietro sorride sotto la tettoia del chiosco, gli occhiali da sole che riflettono il laghetto nella gola della diga. «È bellissimo lavorare qui, è il posto più bello del mondo» dice mentre sorseggiamo caffè e grappa. «Devo portare su tutto a mano, è dura. Ogni giorno salgo col mio asinello Glen, ci carichiamo, quello che riesce a portare lui, quello che riesco a portare io». Nell’arco di un anno, riflette, sale alla diga più di duecento volte. Restiamo in silenzio per qualche istante, lo sguardo che si lascia inghiottire dalla voragine scavata nella diga, ancor più inquietante ora che la scrutiamo da dentro la gola. Il ronzio cupo dell’elicottero continua a riecheggiare in tutta la conca alpina. «È giusto ricordare», osserva Giampietro, quando gli domandiamo del disastro, «ma è giusto anche vivere». Perché il passato, in fondo, non esaurisce il senso di una comunità o di un’intera valle. Tanto più che la vita di montagna, nelle cosiddette aree interne [1], è annodata a un presente di problematiche sociali, demografiche ed economiche ormai croniche – su tutte, lo spopolamento. «Uno di fuori penso che non riuscirebbe mai a vivere in Val di Scalve. Ci sono troppi disservizi, tante cose che ci sono in città qui non sappiamo neanche che esistono» spiega Giampietro, che ci tiene però a rimarcare con orgoglio le sue origini: «La gente di montagna è abituata a lavorare di più, facciamo più fatiche». Il problema, dal suo punto di vista, è lo scarso riconoscimento delle peculiarità locali da parte delle istituzioni, impegnate a tutelare unicamente il mondo urbano. «Abbandonare tutti questi territori sarebbe un danno anche per i cittadini» avverte però Giampietro, mentre serve da bere a una coppia di turisti cinesi.

Giampietro scruta le cime orobiche dal suo chiosco della diga – Francesco Danesi della Sala

Rientrati in paese, ritroviamo Stefano, in compagnia del sindaco Pietro Orrù. Questi ci invita amichevolmente a far due chiacchiere e cogliamo l’occasione per farci un quadro più chiaro della vita locale. Rispetto ad altre aree marginali e montane, spiega Orrù, la situazione occupazionale di Vilminore e della valle è molto positiva, con quasi il 97% della popolazione residente impiegato localmente – specialmente in campo manifatturiero. Tuttavia, alcune questioni, trasversali alle aree interne italiane, continuano a costituire un problema: le distanze, lo smantellamento dei servizi, l’accesso alla sanità, il declino demografico. Sul lungo periodo, ammette, è difficile immaginare il futuro della regione. «Servono i giovani, serve venire qua e immaginare di costruirsi una vita qua, si può fare! Se voi venite, io vi trovo un lavoro, questo è garantito!» esclama con tono appassionato.

Stefano ci offre da bere al bistrò “minerario” – come recita l’insegna affissa all’ingresso – che si trova a pochi metri dalla sede del Comune. A proposito del vivere in montagna, ci fa notare che anche da queste parti, in tempi recenti, il turismo è cresciuto visibilmente. Nell’anno del centenario del disastro, le visite alla diga sono state più di ventimila – qualcosa di impensabile solo dieci anni prima, sottolinea. È un rapporto complicato quello con il turismo, ammette: «Il simbolo di Vilminore l’avete visto? È un orso. Ecco, a volte siamo un po’ come orsi, restiamo nascosti, sospettosi, capita di guardarlo male il turista». Eppure, riconosce, l’apporto economico non può essere trascurato. Tant’è che la recente notizia di un grande progetto esterno, volto alla creazione di un rinnovato comprensorio sciistico a cavallo tra la Valle Seriana e la Val di Scalve [2], ha destato reazioni tutt’altro che compatte in seno alla comunità. Rispetto a ciò, Stefano preferisce non dare giudizi affrettati: «Favorevole, sì... Ma non al punto da escludere il dubbio, che mi aiuta a pensare», asserisce sorridente.

Andrea è il giovane proprietario della piccola pizzeria Ol Fùren, che si affaccia sulla piazza principale di Vilminore – Fotografia di Francesco Danesi della Sala

Si fa sera e su consiglio di Giampietro ci rechiamo alla piccola pizzeria Ol Fùren in piazza. Andrea, il proprietario, ci accoglie con fare gioviale, l’eloquio svelto accompagnato da due folti baffi neri d’altri tempi. Ragguagliato sul motivo della nostra visita, ci invita per scambiare qualche impressione al Bar Sport, assaporando un’inusitata spuma. Andrea, oltre che fornaio, è un fine conoscitore delle storie e delle tradizioni locali – una passione condivisa con il suo “maestro”, Sergio Piffari, di cui già avevamo fatto conoscenza. A proposito del disastro, il suo pensiero è chiaro: «Ci sono tanti modi di raccontare una storia. Il rischio è di venire schiacciati dall’evento». E allora, prosegue, questa storia va raccontata in relazione al presente, come punto d’ingresso in un territorio sociale e culturale ricchissimo, che ha le sue complessità e le sue sfumature, facendo tesoro del passato come possibilità di lettura critica della contemporaneità. «Condividere questo posto con gli altri, per me personalmente è una cosa bellissima» ci spiega, «però c’è un equilibrio che va mantenuto» tiene a puntualizzare a proposito del turismo montano. La questione spinosa, pensando al rapporto tra passato e presente, resta però quella della subalternità e degli inevitabili “ricatti” che tale condizione innesca: ieri le promesse di modernità e lavoro della diga, oggi la tanto attesa “salvezza” della montagna. Relazioni che si giocano su interessi eterodiretti e ideologie fallimentari di crescita, aggiungiamo noi, dispiegate attraverso modelli ecologici di tipo industriale, estrattivo, orientati al profitto, a discapito dell’integrità locale. «Io credo molto che la natura segni i limiti di quello che si può fare e di quello che non si può fare» ribatte Andrea, che poi – interrogato sul progetto dell’avveniristico comprensorio sciistico – replica risoluto: «Io non credo che il turismo fermi lo spopolamento. La montagna non si può adattare a diventare un parco dei divertimenti. La montagna è di tutti, non è una proprietà privata».

La miniera

Su consiglio di Sergio Piffari, decidiamo di fare tappa alle miniere di Schilpario. Il sito venne chiuso nel 1972, quando l’estrazione della siderite – un minerale ricco di ferro – venne interrotta dal Consorzio Minerario Barisella, da un lato per il calo della domanda di materia prima e dall’altro per l’aumento dei costi degli impianti di estrazione. «Sai, quando c’era qualche guerra, assumevano tanti operai perché serviva il ferro per i cannoni. Quando non ci sono le guerre gli operai calano. Qui hanno smesso di usarle ma c’è ancora dentro un’enormità di minerale già cavato. Hanno chiuso perché poi lo facevano arrivare dalla Cina o dall’Argentina» ci spiega Sergio.

Le miniere, ora silenti, furono relegate alla dimensione sotterranea della Val di Scalve. Una vasta area sommersa che ancora oggi si dispiega in un dedalo di cunicoli, pozzi in cui veniva depositato il materiale ferroso e tunnel verticali, percorsi da scale di legno che permettevano ai minatori di passare da un livello all’altro. Uno spazio vissuto, freddo e angusto, dove generazioni di scalvini lavorarono, un turno estenuante dopo l’altro, trasformando il sottosuolo della valle in una materia prima che risaliva verso la superficie, stipata in piccoli vagoni, fino al piazzale da cui veniva trasportata negli impianti di prima lavorazione, per poi proseguire fino alle grandi fabbriche della Breda e della Falk a Sesto San Giovanni, in periferia di Milano. Abbandonate dal mercato globale e dall’industria siderurgica, toccò alla memoria della comunità tenere aperte quelle gallerie e i racconti che le avevano abitate. Una memoria collettiva che nel 1998 è stata definitivamente musealizzata, con l’istituzione del parco minerario Andrea Bonicelli [3].

Le miniere di Schilpario

Al nostro arrivo, il sito è chiuso. Tuttavia, l’assenza di turisti o scolaresche in visita, ci permette di esplorare il piazzale antistante gli ingressi delle gallerie immersi in un silenzio surreale, rotto soltanto dal vento che agita le chiome dei pini silvestri, di cui le falde del monte Gaffione abbondano. Nell’area sono ancora presenti i capannoni in legno dove i minatori si riposavano alla fine dei turni, consumando magari un pasto o fumando l’ennesima sigaretta, mentre tutt’intorno i trenini carichi di siderite o dei loro compagni entravano e uscivano dal ventre gelido della montagna. Durante il picco dell’attività estrattiva, nel secondo Dopoguerra, il sito arrivava a produrre circa 300 tonnellate di ferro grezzo, estratto grazie al lavoro combinato di circa 200 minatori. Storicamente, però, in miniera non erano solo gli uomini a lavorare. La presenza di lavoratrici donne è attestata fin dall’Ottocento, concentrate nella fase di trasporto e di lavorazione in loco del materiale grezzo, che veniva spaccato in modo da separare gli elementi ferrosi dai residui rocciosi. Al tempo, inoltre, anche i bambini erano coinvolti nei lavori estrattivi, come attestato nella Deputazione di Schilpario sul lavoro minorile redatta nel 1839. Il loro turno durava 12 ore ed era diviso tra otto ore diurne e quattro in notturna, passate a spaccare le pietre che minatori e miniatrici radunavano sullo spiazzo per l’operazione di cernita. Una fatica condivisa che si accumulava nel sottosuolo della valle, plasmando i loro corpi e, spesso, condannandoli a una morte precoce per silicosi, una patologia polmonare causata dall’inalazione delle polveri di silice cristallina [4]. Ci tornano alla mente le parole di Sergio: «Mi ricordo quand’ero bambino io, vedevi questi poveri cristi uscire, erano irriconoscibili, pieni di polvere e la gran parte l’avevano anche mangiata. Ne sono morti parecchi, anche giovani. Si sapeva degli impatti sanitari, ma c’era poco da scegliere. Dovevi accettarlo».

In un angolo del piazzale d’ingresso delle miniere c’è un arco di ferro corroso, sotto il quale è posizionato un masso che sorregge alcune foto di minatori deceduti. Un vecchio casco bianco intaccato dall’umidità dondola appeso a un gancio metallico al centro dell’arco. È il ricordo di coloro che sono passati per quei cunicoli, che hanno abitato il sottosuolo della montagna, costretti da un sistema economico estrattivista che prima li ha condannati alla miniera e poi li ha abbandonati, lasciando alle sue spalle l’ennesima zona spettrale. Per certi versi, il passato minerario della Valle di Scalve nega la percezione che il viaggiatore occasionale potrebbe farsi giungendo tra le sue conche, pensando forse di incontrare una comunità montana isolata e gelosa della sua autonomia. Eppure, il parco minerario racconta un’altra storia, fatta di connessioni globali costruite dall’estrazione e della circolazione del ferro. Una materia ricercata già dai Romani, e poi dalla Serenissima di Venezia, che in epoca moderna dominava sulla Valle, e infine dalle varie imprese e multinazionali che hanno fatto dello sfruttamento dei giacimenti scalvini una delle loro fonti di profitto.

La Valle

La Valle non è immobile, né fuori dal tempo. È un territorio multidimensionale abitato da comunità che, di volta in volta, hanno dovuto fare i conti con modelli di sviluppo elaborati altrove e imposti con la violenza o il ricatto economico. A queste invasioni si contrappongono le sperimentazioni cooperativistiche legate alla produzione di prodotti caseari, una limpida testimonianza della socialità intercomunitaria con cui la Valle di Scalve ha cercato di fare sistema, al di là delle divisioni campanilistiche e settarie. Sperimentazioni che sono inscritte nell’identità e nelle storie locali, a partire dalla creazione delle cosiddette latterie turnarie, di cui Valentina – la veterinaria di Vilminore – ci descrive con passione genuina le peculiarità: «Un tempo c’era un casaro che raccoglieva il mio latte, il tuo latte e il suo latte, e segnava con un sistema ingegnosissimo quanto latte avevi consegnato. Non è che ti dava dei soldi, ma al raggiungimento di un quantitativo che poteva essere trasformato in formaggella, ti dava la formaggella o ti dava il burro». Un sistema di reciprocità, scambio e mutuo sostegno che, prosegue Valentina, faceva affidamento su di un curioso strumento di trascrizione: «Avevano un bastoncino di ciliegio o di nocciolo, che in cima aveva un riconoscimento personale – un campanellino, una sigla, un fiocchino. Poi tutto il bastoncino veniva segnato prima con una tacca per ogni consegna e poi con un’altra tacca, tipo libretto di credito». In seguito, la latteria turnaria divenne una vera e propria latteria sociale organizzata in forma cooperativa e aziendale. Lorenzo Bruschi, l’attuale direttore, ne parla con orgoglio: «Una cooperativa che racchiude 16 soci di latte vaccino e quattro di latte caprino, solo della Val di Scalve». Originario di Sesto San Giovanni, Lorenzo ammette di non sentirsi affatto Scalvino, «io sono un milanese, immigrato in Val di Scalve. E non mi offendo quando me lo dicono, loro stessi non mi ritengono scalvino. Ma è giusto così secondo me, bisogna saper convivere». Ma non c’è solo la latteria sociale a plasmare un tessuto di relazioni più ampio: oggi, puntualizza Lorenzo, la Poliscalve riesce a unire sport e volontariato tra tutti i comuni in modo inedito, mostrando la bellezza della «parte sociale della Valle».

Lorenzo Bruschi è il direttore della latteria sociale della Val di Scalve, che riunisce produttori di latte vaccino e caprino in tutta la valle – Fotografia di Francesco Danesi della SAla

A queste sperimentazioni si contrappone, tuttavia, l’ombra di contrasti e visioni decisamente frammentarie, anche a causa di un’autorappresentazione che ci sembra accentuare maggiormente le divergenze tra le varie comunità che abitano la Valle: «Il campanilismo c’è, per forza. Alcune cose si tramandando dai tempi che furono. Su certe cose, la Valle è divisa» riflette Lorenzo, ormai perfettamente inserito nelle dinamiche culturali locali. Eppure, l’assenza di un tessuto identitario più esteso – una vera e propria totalità immaginaria in cui riconoscersi – può a tutti gli effetti rappresentare un orizzonte di possibilità e creatività sociale da ricostruire, a partire dal mutuo riconoscimento della storia comune che ha segnato il territorio e i suoi abitanti. Una storia che non deve servire a dettare il futuro della Valle, ma semplicemente a ricordare che il confronto e la coesione collettiva possono impedire che questa venga modellata e piegata a interessi ambigui, che inevitabilmente finiscono per ferire il territorio e i suoi abitanti.

CONTRIBUTO DI

Francesco Danesi della Sala è Dottore di Ricerca in Antropologia Cultura e Sociale. Si occupa principalmente di tematiche ambientali e crisi climatica. Ha condotto ricerche etnografiche nel cratere sismico dell’Italia centrale e nel Delta del fiume Po. È direttore editoriale di Alea. Nel 2025 ha pubblicato Nature ribelli. Viaggio nella metamorfosi climatica alle foci del Po (Wetlands).

Pasquale Menditto è un antropologo e ha conseguito un dottorato in Global Histories, Cultures, and Politics presso l’Università di Bologna. Ha svolto attività di ricerca sul campo in Francia, Italia e Libano su tematiche legate ai rifugiati. Attualmente è un ricercatore indipendente (alias disoccupato), che cerca di capire cosa fare dell’antropologia al di fuori dell’accademia.

RIFERIMENTO

Questo articolo è un estratto dal Vol. 1 – Il lungo addio (2025).

Note:
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[1] In Italia, a partire dal 2013, è stata elaborata una Strategia Nazionale per le Aree Interne, rivolta a quelle località marginali e periferici che necessitano di politiche di riattivazione territoriale. La classificazione di un’area interna dipende da alcuni criteri, quali l’accessibilità a infrastrutture e servizi pubblici primari, la vicinanza a strutture di sanità pubblica, la possibilità di accedere all’istruzione secondaria, e infine la prossimità a infrastrutture dedicate alla mobilità. Le criticità maggiori di queste aree sono rappresentate dalla marginalizzazione socio-economica e dallo spopolamento.

[2] Si tratta del progetto “Colere-Lizzola” che secondo i promotori privati – al netto di un ingente finanziamento pubblico – sarebbe un valido strumento per rilanciare l’economia locale e frenare lo spopolamento. Questo «assalto alle terre alte», per usare l’espressione del giornalista Andrea Siccardo, che ha trattato la questione per Altreconomia, si realizzerebbe concretamente con l’espansione del comprensorio sciistico locale, attraverso la costruzione di nuovi impianti e lo scavo di un tunnel tra la Val Sedornia e la Val Conchetta – due aree selvagge non ancora antropizzate.

[3] Bonicelli fu l’ingegnere che diresse i lavori del Consorzio minerario Barisella nel secondo dopoguerra, quando i fondi del piano Marshall finanziarono il processo di industrializzazione della neonata Repubblica Italiana, al tempo divenuta un alleato strategico dell’impero statunitense in piena Guerra Fredda. Al parco archeologico si accede tramite il sito minerario del Gaffione, una zona poco distante dal centro abitato di Schilpario.

[4] La silicosi è stata, insieme alla tubercolosi, la malattia che ha caratterizzato la Seconda Rivoluzione Industriale, quella dell’industria pesante metalmeccanica e siderurgica. Fino agli anni Trenta del Novecento, non esisteva una vera e propria legislazione che proteggesse chi lavorava in miniera. Solo a fine Ottocento il problema venne affrontato sotto il profilo tecnico con l’introduzione di un perforatore ad acqua, che bagnava la superficie della roccia durante la trapanazione, in modo da ridurre la produzione di polvere “pesante”. Tuttavia, la sua adozione a livello internazionale restò discrezionale, mentre la stessa silicosi veniva a malapena riconosciuta come una malattia professionale.

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