[...] e mi bruciano gli occhi

Pasquale Menditto / Preludio I

06 aprile 2021

«Peu des gens devineront combien il a fallu

être triste pour ressusciter Carthage».

Gustave Flaubert


Libano, Tall Abbas. […] e mi bruciano gli occhi. Nella zona del campo profughi non piove da settimane, e il vento che batte i suoi viali alla sera solleva un sottile strato di terra, corpuscoli di polvere che ora incendiano i miei occhi. Suad se ne accorge per prima e scatta verso il vano della tenda in cui è posizionata la latrina. Riappare con in mano una bacinella ricolma d’acqua e dei fazzoletti di stoffa, con cui mi fa cenno di tamponarmi il viso. Il resto dei presenti osserva la scena in silenzio, senza domandare la ragione delle mie lacrime, magari pensando che si tratti di sincera commozione dovuta al racconto della padrona di casa. Cerco di sottrarmi alle loro attenzioni invitando Suad a proseguire con il suo racconto. Lei mi sorride e torna al suo posto, raccogliendo il figlio più piccolo tra le sue braccia.


Si parlava di Homs prima della guerra. La bellissima Homs con i suoi palazzi arabo-ottomani e i boulevard costruiti dai francesi durante il loro mandato in Siria. Suad viveva in un quartiere a ridosso della città vecchia, dove le piaceva passeggiare in compagnia di sua madre al ritorno dalla moschea. La sua scuola, invece, era nella parte nuova e ci si recava a piedi in compagnia delle figlie di alcune famiglie del vicinato. Le manca il mondo di ieri. La strazia sapere che di tutto quello non resterà traccia a guerra finita. Si interrompe di nuovo. Prende il suo smartphone e comincia a cercare qualcosa. Poi ci guarda soddisfatta facendoci segno di avvicinarsi. Sullo schermo appare una strada affollata sotto le luci della sera, poi un incrocio con un parco e una lunga schiera di uomini e donne seduti, intenti a sorseggiare tè e a fumare narghilè. All’ingresso del parco, un uomo strimpella una canzone alla chitarra, le cui parole però restano inghiottite dal brusio cittadino. È un video su Youtube caricato prima della guerra. L’autore forse stava provando la sua nuova camera, visto che poi comincia a giocare con lo zoom e la messa fuoco, prima di cimentarsi in carrellate e piani sequenza.


È cemento, ma è anche memoria. Le lacrime le rigano il volto. Noi siamo in silenzio. Il mondo intorno a noi tace per qualche secolo, prima che il muezzin richiami i fedeli alla preghiera della sera.


Suad sembra felice; in fondo quella è la prova che il suo mondo esisteva prima della catastrofe. Però vuole mostrarci ancora qualcosa. Da una piccola borsetta nera estrae una pietra… anzi no, si tratta di un frammento di cemento. È un resto di Homs, il detrito di un palazzo che degli amici le hanno portato di ritorno dalla Siria. È cemento, ma è anche memoria. Le lacrime le rigano il volto. Noi siamo in silenzio. Il mondo intorno a noi tace per qualche secolo, prima che il muezzin richiami i fedeli alla preghiera della sera.


A cosa ho preso parte? L’incontro etnografico è uno dei topoi della mia disciplina. Spesso nelle monografie degli antropologi i primi contatti con i nativi/colonizzati finiscono per costituire quegli aneddoti spiazzanti, che arricchiscono il vasto immaginario formatosi lungo la storia di questo sapere. Incontri situati, locali, che spesso assumono i contorni metaforici del rapporto tra l’Io del ricercatore e l’alterità specifica che si sta provando a scandagliare proprio attraverso l’etnografia. L’Io in questione è ovviamente un’illusione, anzi una semplificazione. Il ricercatore fa sempre il suo ingresso in scena in qualità di emanazione di un Noi, di un blocco storico e culturale, che si agita dietro le sue domande ingenue e le sue riflessioni sconnesse. Quindi Suad, il nostro incontro, sarebbe un topos etnografico… ma la scena non si esaurisce nella sua descrizione, non si limita ai suoi contorni letterari come episodio rilevante all’interno della ricerca di campo. La scena a cui ho preso parte si è svolta in un campo profughi siriano, localizzato nel nord del Libano. Dietro la via polverosa ai cui lati sono disposte tende e baracche dalle dimensioni pressoché uguali, c’è la guerra siriana, la liberazione di Homs, il suo assedio, la sua caduta e la sua riconquista da parte del regime siriano. Passato e presente però non sussistono in un semplice rapporto di causa-effetto. La loro relazione ha piuttosto i contorni di un problema, ossia di un’interrogazione che scaturisce da una tensione tra un presente intollerabile e sconnesso con un passato da ripensare poiché fragile ed esposto. Allora un frammento di cemento, un video anonimo su Youtube, non sono dei semplici documenti, delle tracce, ma delle rovine dissepolte.


Le rovine e le macerie sono il catalizzatore di una critica quotidiana che schiere di diseredati rivolgono contro la storia.


La rovina richiama uno scenario da parco archeologico e si potrebbe obiettare che un rudere è a tutti gli effetti una traccia del passato. Ma il nodo qui non è tanto semantico quanto etico. È l’atteggiamento che fa la differenza. Le rovine appartengono interamente al presente, sono parte del paesaggio che si offre al doppio sguardo dell’occhio e del ricordo. Se risuonano come indizio è perché segnalano l’esercizio di un potere, di una serie di forze, i cui effetti sono stati al contempo violenti e produttivi, distruttori e creatori. Produttori di miseria: i campi profughi, Suad, la sua tristezza, la sua impotenza. Distruttori di tessuti sociali: le passeggiate all’uscita dalla moschea, gli odori della città, i suoni ordinari di una piazza. Le rovine e le macerie sono il catalizzatore di una critica quotidiana che schiere di diseredati rivolgono contro la storia. La catastrofe che li ha prodotti non appartiene al passato. Il disastro è la ferita aperta del presente. L’eredità sottratta è il futuro.