Cosa morta

Pierluigi Bizzini / Preludio I

19 aprile 2021

Era un vero e proprio accampamento. Cinque grandi tende, disposte a mezzaluna ai piedi di un torreggiante eucalipto, cingevano un falò che sfiatava imbizzarrito per le sferzate di vento provenienti dalla marina della diga Olivo. Due tavoloni, apparecchiati alla bell'e meglio, erano posati tra le tende e il fuoco: sulle tovaglie cerate dalle fantasie floreali, giacevano riversi fogli di alluminio, teglie, piattini, bicchieri e posate di plastica ancora sporche del pranzo, e le ultime vespe del giorno si attardavano tra le ossa spolpate di conigli e altre bestie, molestate dal combino di vento e fumo che anneriva la luceombra della prima sera e le narici della brigata accalcatasi in riva. Tra i cinque fratelli c'era chi pasturava l'acqua piombina tirando fiondate di mangime e chi zittiva con shh di serpe il ciarlare delle mogli sedute alle loro spalle, accusate di coprire il tintinnio dei campanelli montati sulle cime delle canne da pesca.


I bambini sciamavano poco più in là: imitavano i grandi gettando in acqua pugni di minuscole ranocchie. Innumerevoli, sbucavano dalla melma lucide come gocce d'ossidiana, subito operose per la notte ma ignare dello sfracello di dita bambine a cui andavano incontro: schiacciate, spappolate e mutilate, rivelavano le loro viscere ramate a occhi sgranati e famelici. Diego, il più coraggioso tra loro, si arrischiò addirittura di tastarne il sapore con la punta della lingua: una spilla di rancido lo tramortì per un istante, scatenando una bordata di risa tra i cugini, che lo aizzarono a vendicarsi della ranocchia sventrata scagliandola il più lontano possibile in acqua. Nessuno vide il punto in cui sprofondò, tanto lesta l'aria andava rabbuiandosi.

«Che tonfo!» esclamarono alle sue spalle.

«Strano però» sputacchiò Diego, «era così piccola».

Furono così sorpresi da quel tonfo grave come un singhiozzo, che non si accorsero in un primo momento del bailamme dei loro genitori, affollati attorno al padre di Diego, il quale reggeva con fatica la propria canna da pesca.

I bambini capirono allora che il tonfo doveva essere un pesce e si unirono eccitati al marasma. Ora, sopra le loro teste si alzavano allarmi, incitamenti e imprecazioni. 

«Ma cos'è? Una carpa?».

«No, no! Non vedi che schizzi che fa?».

«Molla un po', non tirare troppo che spezzi la lenza!».

«Cristo, è una bestia!».

«Tira! Tira! Tira!».

E il padre di Diego tirò. 


Dall'acqua tumefatta si arenò un mostro. I bambini saltarono all'indietro alla vista di quella mandibola smisurata, come se potesse ingollarseli tutti d'un fiato; due lunghi e viscidi barbigli cadevano sulla bocca sdentata e i due occhi erano piccoli come bottoni ma invasati dall'agonia dell'aria; un corpo oltraggioso, un pezzo unico di carne lungo almeno due metri, così turgido che pareva nascondere alla vista un sistema confuso non di lische, ma d'ossa umane. 

«Un siluro! Ho preso un siluro!» gridò il padre di Diego, schifato e felice.

I fratelli si avvicinarono per la foto di rito. Insieme raccolsero il pesce, infradiciandosi le mani del lezzo che emanavano le sue squame. La madre di Diego scattò la foto. Il flash accese i loro sorrisi sfatti e in quel luminoso istante, Diego si persuase che quel mostro era davvero un mostro, che in pericolo erano lui, i suoi genitori, la sua famiglia. Il siluro boccheggiava e Diego ebbe paura. Doveva essere un mostro che si nutriva anche di ranocchie: quante ne aveva gettate in acqua? Venti, trenta, cento? Se ne era cibato, ne aveva seguito la scia e adesso eccolo qui, arenato e affamato. Sempre più affamato.


I fratelli posarono il siluro sul bagnasciuga e si mossero tutti quanti in direzione dell'accampamento, confabulando sul da farsi. Solo Diego rimase lì, a pochi passi dal mostro. Era immobile, non boccheggiava più. Il grosso amo era ancora ben saldo nel palato. Un rivolo di sangue annacquato colava dallo squarcio. Diego si prese di coraggio e si avvicinò ancora. Provò a sfilargli l'amo. Non andava via. Provò con più forza, facendo presa sul barbiglio. Il pesce si rianimò, spalancò la mascella e Diego venne investito dallo stesso olezzo rancido che conobbe leccando la ranocchia. Gridò in preda al panico e subito accorse il padre, che lo tirò su per la maglia allontanandolo dal pesce. Gli chiese il perché di quegli strepiti ma Diego non seppe rispondere, indicava il pesce col dito tremolo e il padre, forse capendo, forse no, prese da terra un grosso sasso spuntato e colpì ripetutamente la testa del siluro. A ogni colpo, il pesce si incassava sempre di più nel fango, e una nuova ferita si aprì, liberando altro sangue spento. Il padre lanciò in acqua il sasso. Diego aveva gli occhi impiastricciati di lacrime ma poté sentirne il tonfo lontano. Il padre, osservando il lago ormai velato come un sipario, si rivolse con fare stanco al figlio: «Di che ti spaventi? Non lo vedi che ormai quel pesce è cosa morta?».